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HEIKE ARNDT - Where is home? 2010,by Luigi Cavadini Director,Museo de Arte Contemporanea Lissone
Where is home? Dov’è la casa? Dove mi posso sentire a casa? Dove decido di fermarmi? In queste domande è riassunto un problema esistenziale che probabilmente riguarda molti di noi. Un problema che Heike Arndt ha vissuto profondamente - e probabilmente vive ancora - nella sua storia di artista. Nata e formatasi nella Germania dell’Est, da dove riuscì ad uscire all’età di 21 anni, cinque anni prima della caduta del Muro, l’artista ha fissato una dimora in Danimarca, ma, soprattutto, ha cercato di confrontarsi con il mondo, mediante viaggi e soggiorni di lavoro, in stretto contatto con artigiani e artisti dei vari Paesi che man mano ha visitato (l’Italia, il Belgio, l’Olanda, la Groenlandia, l’Etiopia, gli Stati Uniti, l’America del Sud, la Svezia, la Finlandia, la Spagna e, più recentemente, per 5anni, la Cina), individuando via via luoghi privilegiati dove tornare periodicamente per confrontarsi con tecniche e materiali. La comprensibile inquietudine che caratterizza questo peregrinare, ha però un riferimento certo, una “casa” su cui non esistono dubbi e questa casa, che è un mondo intero, è l’arte. Dentro di essa Arndt si ritrova sempre, quando modella la terracotta ed attende poi gli esiti della cottura e della resa dei pigmenti di colore e degli smalti, quando si confronta direttamente e con grande energia con i colori e i segni della pittura, quando prepara le lastre per le opere grafiche, quando realizza le sue sculture per le fusioni in bronzo.
E’ per questo che l’artista può sentirsi a casa ovunque, pur potendosi considerare donna di frontiera, tra est e ovest, che ha assimilato in sé questi luoghi-non luoghi, entità astratte rese concrete solo dalle esperienze vissute. Donna dai mille luoghi e dai mille incontri, che sull’uomo che accosta calibra la sua esistenza e il suo fare, aperta al confronto nella convinzione che “il rispetto, la tolleranza e l’accettazione dell’altro sono la condizione per superare la differenze culturali oltre ad essere una necessità per sopravvivere in un mondo globalizzato come il nostro”. Proprio per questo l’opera di Arndt fonda i suoi presupposti nelle relazioni umane. Fondamentale è per lei l’incontro con gli altri, senza alcuna distinzione. Da questi incontri trae sensazioni e suggestioni che si trasformano in segni e colori (o in materia), nella ricerca e nella rappresentazione anche espressiva di approcci, di confronti, di resistenze, di incomprensioni, di prepotenze, di contatti.
La lettura delle situazioni che l’artista fa nelle sue opere è quanto mai attenta e, se anche qualche volta può apparire pesante e aspra, sempre si pone come sollecitazione ad una reazione positiva, nella convinzione che proprio nell’incontro di situazioni (e di persone) differenti si pongono le basi per una nuova produttiva convivenza.
La visione di Arndt nasce da un senso etico e morale profondo e genera in lei una determinazione che ne innerva sia la vita che l’arte e la mette tutti i giorni in contrasto con sé e con il mondo, sospesa e disorientata tra la felicità auspicata per tutti e i problemi che innescano equivoci e conflitti a tutti i livelli.
Le narrazioni che nei dipinti e nelle sculture sono magari appena accennate hanno però in sé la forza di sollecitare il pensiero del fruitore. Più che proporre una risposta, pongono una domanda cui ciascuno è chiamato a rispondere.
L’arte di Arndt ha radici profonde, prende corpo quando non ha ancora dieci anni, nella casa di un nonno che la segue e la stimola, dopo aver apprezzato il suo talento naturale. Quando a sedici anni si allontana da casa, ha già acquisito una buona capacità tecnica nella rappresentazione di fiori, paesaggi e ritratti, capacità che trasferisce ben presto nella realizzazione di manufatti e di opere in ceramica, apprendendo in laboratori e presso maestri affermati le tecniche più diverse, dalla manipolazione delle terre all’applicazione dei pigmenti e degli smalti, infine alle modalità di cottura. Per alcuni anni l’attenzione e l’operatività prevalente dell’artista si sviluppano in questo ambito - che fra l’altro lei ritrova e rilancia anche nei decenni successivi, lavorando fra l’altro anche in importanti laboratori italiani come lo studio Mazzotti ad Albisola e lo studio Lorenzini a Savona. In Liguria, dove vive come una figlia nella casa di Ansgar Elde (amico di Asger Jorn) lavorando per quasi 20 anni nel suo studio a Savona, realizza anche opere grafiche presso la rinomata Stamperia del Bostrico di Albisola. Nella seconda metà degli anni ‘80 torna prepotente e definitiva la pittura, in cui l’artista mette a frutto alcune delle acquisizioni fatte nelle sperimentazioni con la ceramica. In particolare diventa sostanziale l’uso del segno, come elemento che incide la figura o ne traccia semplicemente i contorni e attribuisce dinamismo all’insieme. Soprattutto, però, è significativa la conquista di una informalità di figurazione che inserisce la sua pittura nella piena contemporaneità, ottenendo insieme la possibilità di raccontare e quella di “vivere” innanzitutto e poi di trasmettere quelle sensazioni fatte di realtà e situazioni contingenti, ma anche di esperienze e memorie che emergono dal profondo e sono espressione piena della sua storia. Ciò porta ad una efficacia espressiva che lascia il segno, perché disorienta prima l’occhio e poi la mente di chi guarda, richiamando l’attenzione e inserendola in quel gorgo generato dai colori e dalla vigorosa stesura, disordinata in apparenza, che li caratterizza.
Dentro la sua pittura par di dover rileggere da una parte, come eco lontana, le esperienze condotte degli espressionisti tedeschi nei primi due decenni del ‘900 e dall’altra quelle sviluppate nell’immediato secondo dopoguerra dagli esponenti del gruppo CoBrA attivi tra Copenhagen, Bruxelles e Amsterdam. L’uso di colori violenti dall’impatto sicuro, rinforzati spesso anche da un segno grafico incisivo, caratterizzò i lavori degli artisti di Die Brücke (1906) - Ernst-Ludwig Kirchner, Erich Heckel, Karl Schmidt-Rottluff e poi Emil Nolde e Max Pechstein - operanti nei dintorni di Dresda, cui fecero eco qualche anno più tardi, in una logica un poco diversa e indirizzata sulla via dell’astrazione i componenti di Der Blaue Reiter (Il Cavaliere azzurro), fondato a Monaco di Baviera nel 1911 da Franz Marc e Vassily Kandinsky, cui aderirono anche anche Klee, Macke, Jawlensky, Münter, Werefkin. Tensioni e aspirazioni di carattere sociale e politico, assieme alla ricerca di un’arte libera da condizionamenti di qualunque genere, sono alla base della nascita di Die Brücke, così come dello sviluppo del Cavaliere azzurro. Mentre però il colore per i primi esprime l’esasperazione dell’artista verso la situazione del suo tempo, per i secondi esso diventerà strumento di creazione aperta, al di là delle valenze realistiche della rappresentazione. E nella scultura primitiva questi artisti ritrovano la trasposizione plastica delle loro ricerche e dei loro propositi espressivi.
Anche l’azione dei CoBrA, che si situa subito dopo la fine della guerra e ha quindi, pure, motivazioni critiche e di provocazione, assume il colore, spesso fortemente marcato in una stesura decisamente materica, come momento pregnante dell’espressione. L’immagine che ne nasce, soprattutto in questa seconda fase, pur vivendo di impliciti riferimenti al reale, sembra volersi distaccare da esso e promuovere messaggi che si fanno percepibili più grazie alla vivacità delle suggestioni che all’esplicito racconto.
Andando a rivisitare la vita di Heike Arndt sembra quasi naturale che alcune delle sollecitazioni e delle modalità espressive maturate in anni così lontani possano averne contaminato la cultura profonda sollecitando esiti compositivi che rimandano a quei maestri e a quelle opere. La Arndt ha percorso gli stessi luoghi, ha sofferto situazioni analoghe, ha cercato in modo manifesto una propria e autonoma possibilità d’espressione. Soprattutto ha guardato attorno a sé, intenzionata a dar voce non solo al proprio spirito libero, ma anche a quanti non hanno voce. Per cui ecco che le sue tele si popolano di figure che cercano una propria individualità, sottraendosi, o cercando di farlo, a vincoli e oppressioni, a sopraffazioni e abusi, figure che spesso si confondono con l’ambiente e che solo pochi segni o segnali permettono di riconoscere. Importanti inoltre appaiono gli atteggiamenti di figure magari appena individuabili. Aggrovigliate su se stesse dentro un bozzolo che non sai se è rifugio e prigione, abbandonate in un paesaggio lungo e inospitale, abbracciate ad altre figure nella ricerca di un briciolo di calore, in solitudine in mezzo agli altri come il bambino di Without words…, sole in mezzo a tanta gente, sperdute in un paesaggio in cui sembrano sorgere le angosce di Munch mentre le ombre invadono la campagna. E spesso il fulcro della composizione e del pensiero dell’artista è quel piccolo bambino che rischia di rimanere solo o quella donna che si chiude in se stessa, che abbassa il capo, che perde la propria individualità.
La pittura – sembra dire l’artista con i suoi lavori – non è solo colore e disegno, la pittura è pensiero, è riflessione, è denuncia. La pittura è voce… Voce per me e voce per quanti non hanno voce o per quelli che la voce hanno perso a furia di gridare senza essere ascoltati.
Ma per capire meglio l’impegno dell’artista torniamo al titolo della mostra: where is home?
Non è un titolo a caso, un titolo scelto come richiamo. Rispecchia una riflessione che da anni l’artista si pone e sulla base della quale declina il suo lavoro. E’ una domanda universale sulla quale si gioca la vita di tutti gli uomini. E’ una richiesta che attiene non solo la fisicità di una casa, ma anche l’aspetto mentale dell’essere veramente a casa (dovunque e comunque si sia). Anche quando ci si trova a migliaia di chilometri dalla casa fisica ci si può sentire mentalmente al posto giusto (a casa), perché ci si sente accolti, così come si può percepire una lontananza abissale pur vivendo in un luogo di propria esclusiva proprietà. Allora ci si rende conto che, come già accennato in apertura, la casa non è fatta tanto dai muri, piuttosto che dalle pareti di fango o dalle tende, quanto dalle relazioni e quindi dalla capacità di comprendere: i gesti, la lingua, i comportamenti. Heike Arndt tutto questo lo vive nella vita e lo elabora nel profondo da anni, forte anche di un’esperienza che l’ha condotta lontano da dove è nata, che l’ha integrata in un Paese diverso dal proprio, che le ha consentito di viaggiare e di confrontarsi con gente, culture e modi di vita estremamente diversi. In questi contatti e negli scambi che ne conseguono trova stimoli e temi del suo fare arte. Che si esprime nella vivacità dei colori, dove prevalgono sempre rosso e blu, caldo e freddo, che danno anche senso alle altre presenze. Le vibrazioni che nascono dai contrasti di colore e dalle pennellate, ora lineari ora avvolgenti, sottolineano il dialogo costante tra l’artista e il tema trattato. Credo che la trasmissione cuore-pensiero-mano-tela sia diretta: non ci sono mai sbavature o colpi di colore che senti inutili, superflui, incomprensibili, non ci sono presenze casuali, ma piuttosto ogni elemento si inserisce nell’atmosfera complessiva integrandovisi con naturalità.
Così le opere che l’artista realizza sono vissute da lei stessa come luggage - è questo il titolo di una lunga serie di lavori - cioè come elementi di un bagaglio soprattutto mentale che connota il suo essere, di un bagaglio fatto di memorie, di simboli, di acquisizioni profonde (sociali, culturali, familiari), di insegnamenti. Un bagaglio suo proprio ed esclusivo, che funge da filtro attraverso cui interpretare la realtà e gli avvenimenti e che diventa fondamentale nell’individuare i percorsi da seguire nella ricerca di quella casa in cui definitivamente stare.
Il ruolo del colore, con quelle stesure a volte dense, a volte quasi trasparenti, è indubbiamente importante nel sollecitare l’attenzione, ma altrettanto significante e intenso è quel narrare per piccoli segni, per minime presenze, che qualifica in modo particolare l’opera grafica di Arndt. Le varie tecniche dell’incisione, che l’artista sa gestire con maestria, anche in abbinamento tra loro, le permettono di modulare la rappresentazione, ora insistendo e affastellando le immagini alla maniera espressionista, ora operando con leggerezza sulle figure, quasi timorosa di disturbarle nella loro ingenuità. Sia quando appartengono al mondo colorato della pittura, sia quando compaiono in tono minore nella grafica, i suoi personaggi si presentano nella semplicità, tracciati quasi con noncuranza, più prossimi alla descrizione che di essi può fare un bambino che ai risultati cui può condurre l’attenzione di un pittore. Proprio il recupero della ingenuità dell’infanzia aggiunge ulteriore freschezza a questi pensieri dipinti, a queste visioni dove basta il piccolo oggetto appena accennato a riassumere una lunga e complessa storia. Ancor più elementari – e, sorprendentemente, più incisivi – sono gli inchiostri in cui il segno è linguaggio puro, pulito, anche duro. Essi possono considerarsi la summa di tutta la ricerca e della poetica di Arndt. Tutto si condensa e si concentra: i colori sono risucchiati nel bianco e la sobrietà del linguaggio rende ogni cosa più vera e convincente. E anche tu che guardi non puoi rimanere indifferente.
E sempre su questo percorso, con questi intenti, con la scultura l’artista si confronta anche lo spazio. E qui si concentra su due temi: l’uomo e il movimento. Gli atteggiamenti dell’uomo: che sogna, che parla, che spera, che si rilassa, che aspetta, che chiama… Un uomo che sembra uscire da un foglio, “ritagliato” da una superficie e lasciato libero di identificarsi e di fondare da sé la propria casa come crede e dove vuole. L’uomo nella individualità, che quasi sorprende nella vita di Arndt, e che credo debba preludere ad una nuova stagione plastica dove questi uomini ritagliati o torneranno nel foglio immaginario o diventeranno – liberi e autonomi – capaci di dar corpo a un “libro” immaginario e immaginato, dove, nelle tre vere dimensioni, le storie loro si intreccino e le loro singole case finiscano piano piano per costruire un paese. Ma dovranno uscire dal bozzolo in cui sono compressi anche quegli altri personaggi, che non sai se sono idoli e prigionieri, semi o proiettili. Figure enigmatiche e intriganti che deriva in modo diretto da alcune delle opere dipinte in Cina. Evidente è la matrice orientale, qui aristocratica, che mi sembra di trovare, in versione popolare, nei carri che costituiscono l’altro fronte della narrazione plastica dell’artista. Se un che di mistero era presente nei “bozzoli” (torna anche per essi il titolo luggage-bagaglio con le sue innumerevoli e possibili accezioni), devo dire che anche in questa sfilata di carri – diversi, elementari, quasi giocattolo – viene da chiedersi che senso abbiano e dove portino. Poi ti accorgi che la loro conformazione è predisposta perché diventino gli anelli di una catena e allora, forse, l’intento dell’artista diventa chiaro.
Ho volutamente lasciato per la conclusione i grandi piatti in ceramica la cui storia, potremmo dire coincide con la vita di Arndt, perché la ceramica ha costituito soprattutto all’inizio un mezzo privilegiato di espressione. Ora torna, ogni tanto, questa passione per la terra da plasmare e poi da riempire delle proprie storie, le stesse che passano attraverso quadri, sculture e disegni, ma anche da usare come tavolozza del pensiero che vi lascia impresso paesaggi dell’anima, con qualche sconfinamento nel mondo dell’astrazione, che ha il suo culmine in quella spirale – metafora della vita – la cui percorrenza, verso un interno che tende ad un punto infinitamente lontano o verso un esterno che mira ad una dilatazione infinita, lascia all’uomo la certezza che comunque il suo andare non avrà mai fine.